Alan Turing : Biografia

alan-turingLe Opere di Alan Turing

Alan Turing è passato alla storia come uno dei pionieri dello studio della logica dei computer e come uno dei primi matematici a interessarsi al tema dell’intelligenza artificiale. Nato il 23 giugno 1912 a Londra, da lui sono scaturiti termini ormai d’uso corrente nel campo dell’informatica, come “Macchina di Turing” o “Test di Turing”.

Era un uomo piuttosto bizzarro e pieno di stranezze. Fin dall’infanzia ebbe una grande passione per esperimenti e invenzioni, il che lasciava presagire un notevole interesse per gli aspetti applicativi della scienza, e per la bicicletta e la corsa fino alla morte, cosa che mostrava un interesse per l’attività fisica oltre che intellettuale, interesse non condiviso dalla mentalità universitaria dell’epoca, che sosteneva la frattura tra “atleti” ed “esteti”. Il suo aspetto era trasandato, con la barba sempre lunga e le unghie sporche. Fu infantile (si fece regalare un orsacchiotto di pezza per Natale a ventidue anni) e antiaccademico (era ancora assistente a trentasei anni). Canticchiava per giorni l’incantesimo della strega malvagia di Biancaneve (sulla mela velenosa), quindici anni prima di scegliere questo metodo per suicidarsi. Durante la guerra seppellì lingotti d’argento in modo così sicuro da non riuscire a ritrovarli dopo la fine, Non sopportava gli sciocchi e arrivava al punto di abbandonare le conversazioni che riteneva vuote e le compagnie poco interessanti repentinamente e senza una sola parola di commiato. Imparò a fare la maglia da una ragazza che aveva deciso di sposare, nonostante la propria omosessualità. Durante il periodo dell’impollinazione andava in bicicletta indossando la maschera antigas per evitare la febbre da fieno, e durante la stagione delle piogge circolava avvolto in una tela cerata gialla. Legava la tazza del tè al termosifone con un lucchetto per evitare che gli fosse rubata. Si presentava a lezione con la giacca del pigiama al posto della camicia e pretendeva di lavorare quando voleva, a prescindere dagli orari “standard” (soprattutto di notte). Gettava nel cestino le lettere di sua madre, dicendo che stava sicuramente benissimo. Faceva calcoli, anche durante le conferenze pubbliche, con numeri in base 32 scritti all’indietro (come dovevano essere inseriti nel computer). Giocava a tennis nudo sotto un impermeabile e non disdegnò di discutere con un bambino, chiedendosi se Dio avrebbe preso il raffreddore se si fosse seduto sulla nuda terra.

Vita e peculiarità di un genio

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Alan Turing era giunto a Cambridge nel 1931; vi giunse, in un certo senso, per amore. Nato nel 1912 da un impiegato del servizio civile britannico in India, secondo di due figli, era stato spedito in un convitto inglese all’età di nove anni dalla madre, che giudicava l’ambiente indiano inadatto all’educazione dei figli. Nulla nella tipica educazione inglese poteva assecondare e ispirare un ragazzino chiuso e sensibile come Alan. Di certo non fu un’infanzia particolarmente felice. Amava inventare esperimenti di chimica, sdraiarsi e osservare il passaggio delle nuvole oppure, come avrebbe ricordato la madre, “guardar crescere le margherite”. Leggeva moltissimo e aveva una spiccata intuizione, ma gli insegnanti avevano di lui una pessima reputazione. Sebbene alcuni insegnanti notarono in lui caratteristiche non comuni ” A.M. Turing ha dimostrato di avere attitudini non comuni e notare gli aspetti meno evidenti di certe questioni…”, su di lui non si riversava alcuna speranza perché, come scrisse il preside della scuola dove si diplomò, Turing era destinato a “essere il tipo di ragazzo condannato a rappresentare un problema in ogni tipo di scuola e comunità”.

Diplomatosi con difficoltà, nel 1931 giunse a Cambridge. La strada che lo portò al prestigioso istituto aveva un nome, Christopher Morcom. Lo conobbe nel 1928 e tra i due fu immediato feeling. Turing era tanto pasticcione, irritante, geniale e bizzarro, per quanto l’altro era gentile, raffinato, intelligente, in breve uno studente e un figlio modello. I due, mistero delle grandi amicizie, legarono fortemente ed era facile trovarli a discutere di alti problemi scientifici o a scherzare goliardicamente.

Nel 1928 Morcom fece domanda al Trinity College. Turing decise di seguire l’amico, tuttavia Morcom fu promosso all’esame di ammissione, Turing fu bocciato. Due mesi dopo, l’amicizia tra i due si interruppe in modo drammatico; il grande amico di Alan, malato di tubercolosi, morì due anni dopo il loro incontro. Turing ne fu sconvolto. Scrisse alla madre di Cristopher numerose lettere nelle quali cercava di confortare la donna. Voleva dimostrare che lo spirito del giovane era ancora vivo seppur separato dal corpo. Tali riflessioni erano supportate dalla convinzione che la meccanica quantistica avrebbe potuto permettere tale possibilità. A tal proposito decise di approfondire le problematiche che iniziarono a serpeggiare nella nuova descrizione del mondo dettata dalla fisica quantistica. Ma non si fermò. Decise di entrare al King’s College come se volesse rendere l’ultimo omaggio all’amico scomparso. Riuscì a ottenere una borsa di studio al Trinity dove ebbe modo di essere allievo di Eddington, Hardy, Shaw e Russell, e dove conobbe uno degli amori più grandi della sua vita: il teatro, in particolare lo spettacolo Biancaneve e i sette nani. Per settimane canticchiò il ritornello che accompagnava la scena nella quale la strega cattiva immergeva la mela nella pozione avvelenata. Un ritornello che lo accompagnerà fino all’ultimo dei suoi giorni.

La Macchina di Turing

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Nel 1934 Alan si laureò in matematica a pieni voti, assecondato dai professori che avevano capito il genio estroso di quell’allievo tanto eccentrico. In questo ambiente ricco e stimolante, che lo accolse senza condannare le sue stramberie, Turing scrisse il suo articolo più celebre, che lo avrebbe innalzato al rango di uno dei pensatori più brillanti del secolo: Sui numeri computabili con una applicazione al entscheidungsproblem. Con questo articolo Turing si era cimentato con una questione che il grande matematico David Hilbert aveva lanciato al mondo scientifico alcuni anni prima. Hilbert aveva infatti individuato ventitré punti sui quali la matematica e i matematici avrebbero dovuto confrontarsi in futuro, concentrandosi sugli aspetti fondamentali della matematica, tra cui quello della decidibilità o entscheidungsproblem.

La domanda a cui dare una risposta era la seguente: “esiste sempre un modo rigoroso di stabilire se un enunciato matematico sia vero o falso?”. Alan Turing risolse il quesito e lo fece alla sua maniera, inventando una macchina immaginaria, detta Logical Computing Machine, o più semplicemente “macchina di Turing”. Egli la introdusse per dimostrare che l’attività matematica non è completamente meccanicizzabile (ed è quindi impossibile in linea di principio sostituire i matematici con le macchine), scoprendo da un lato una macchina (detta universale) in grado di svolgere i compiti di qualunque macchina calcolatrice presente o futura (simulandone un programma), e mostrando dall’altro che anche tale macchina ha i suoi limiti. Così facendo, Turing introdusse la nozione di computer moderno e allo stesso tempo ne stabilì i limiti alla potenza teorica. L’intuizione geniale del matematico fu quella di “spezzare” l’istruzione da fornire alla macchina in una serie di altre istruzioni semplici, nella convinzione che si potesse sviluppare un algoritmo per ogni problema: un processo non dissimile da quello affrontato dai programmatori odierni.

Turing e la crittografia

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Turing fu presto interessato alla criptografia e alla criptoanalisi (codifica e decifrazione di messaggi). Durante la seconda guerra mondiale Turing mise le sue capacità matematiche al servizio del “Department of Communications” inglese per decifrare i codici usati nelle comunicazioni tedesche, un compito particolarmente difficile in quanto i tedeschi avevano sviluppato un tipo di computer denominato “Enigma”, capace di generare un codice che mutava costantemente. Durante questo periodo al “Department of Communications”, Turing ed i suoi compagni lavorarono con uno strumento chiamato “Colossus” che decifrava in modo veloce ed efficiente i codici tedeschi creati con “Enigma”. Si trattava, essenzialmente, di un insieme di servomotori e metallo, ma era il primo passo verso il computer digitale.

Dopo questo contributo fondamentale allo sforzo bellico, finita la guerra, continuò a lavorare per il “National Physical Laboratory” (NPL), continuando la ricerca nel campo dei computer digitali. Lavorò nello sviluppo all'”Automatic Computing Engine” (ACE), uno dei primi tentativi nel creare un vero computer digitale. Fu in questo periodo che iniziò ad esplorare la relazione tra i computer e la natura. Scrisse un articolo dal titolo “Intelligent Machinery”, pubblicato poi nel 1969. Fu questa una delle prime volte in cui sia stato presentato il concetto di “Intelligenza Artificiale”. Turing, infatti, era dell’idea che si potessero creare macchine che fossero capaci di simulare i processi del cervello umano, sorretto dalla convinzione che non ci sia nulla, in teoria, che un cervello artificiale non possa fare, esattamente come quello umano (aiutato in questo anche dai progressi che si andavano ottenendo nella riproduzione di “simulacri” umanoidi, con la telecamera o il magnetofono, rispettivamente “protesi” di rinforzo per l’occhio e la voce).

Turing, insomma, era dell’idea che si potesse raggiungere la chimera di un’intelligenza davvero artificiale seguendo gli schemi del cervello umano. A questo proposito, scrisse nel 1950 un articolo in cui descriveva quello che attualmente è conosciuto come il “Test di Turing”. Questo test, una sorta di esperimento mentale (dato che nel periodo in cui Turing scriveva non vi erano ancora i mezzi per attuarlo), prevede che una persona, chiusa in una stanza e senza avere alcuna conoscenza dell’interlocutore con cui sta parlando, dialoghi sia con un altro essere umano che con una macchina intelligente. Se il soggetto in questione non riuscisse a distinguere l’uno dall’altra, allora si potrebbe dire che la macchina, in qualche modo, è intelligente.

Turing lasciò il National Physical Laboratory prima del completamento dell'”Automatic Computing Engine” e si trasferì alla University of Manchester dove lavorò alla realizzazione del Manchester Automatic Digital Machine (MADAM), con il sogno non tanto segreto di poter vedere, a lungo termine, la chimera dell’intelligenza artificiale finalmente realizzata.

Turing e la biologia

Il lavoro informatico e la criptoanalisi non esaurirono l’attività intellettuale di Turing. Un aspetto poco noto delle sue ultime ricerche riguarda infatti la biologia. Nel 1952, due anni prima di morire, pubblicò “Le basi chimiche della morfogenesi“, aprendo la strada alla spiegazione della crescita degli organismi viventi e al loro prendere forme geometriche di dimensioni non commensurabili a quelle delle cellule di partenza. Tipici casi particolari del problema riguardano la disposizione delle foglie, la formazione di macchie di colore (come le strisce) sulla pelle degli animali, lo sviluppo di animali simmetrici come le stelle marine, fino alla crescita degli organi umani o del corpo in generale. Il problema era complementare a quello risolto da Watson e Crick, negli stessi anni, per il DNA: non come le molecole si formassero secondo l’informazione genetica, ma come un composto chimico desse origine ad una struttura biologica regolare; in altre parole, come l’informazione codificata in modo unidimensionale nella sequenza lineare del DNA potesse tradursi nella costruzione di un animale tridimensionale di forma specifica. Turing riuscì ad analizzare casi particolarmente semplici, in termini di rottura di un equilibrio instabile e il suo lavoro fu il primo passo nello studio dei fenomeni descritti da equazioni non lineari. Dopo la sua morte furono ritrovati abbozzi di articoli per la spiegazione dello sviluppo delle margherite e delle pigne d’abete.

 

Turing e l’omosessualità

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La mente e il corpo di Alan Turing stavano combattendo un’altra battaglia, ben diversa dalla risoluzione di problemi matematici.

Nello stesso anno dell’articolo sulla morfogenesi, Turing denunciò in commissariato due ladruncoli che si erano intrufolati in casa sua. Durante l’interrogatorio emerse che il matematico aveva avuto rapporti omosessuali con uno dei due ladri.

Per “atti osceni gravi” Turing fu imprigionato il 31 marzo. Il suo calvario era appena iniziato. L’Inghilterra omofoba e puritana non poteva tollerare simili deviazioni, e Turing fu processato. Riconosciuto insigne scienziato nonché eroe di guerra sebbene per meriti sconosciuti, gli fu concessa la possibilità di salvarsi dal carcere al quale era stato condannato a patto di sostenere un trattamento a base ormonale che lo “curasse” dalla malattia e lo rendesse impotente. Turing accettò. Fu l’inizio della fine.

Il bombardamento ormonale a cui fu sottoposto iniziò a minarne il fisico, la mente e il morale. Sempre sorvegliato dai servizi segreti, impossibilitato ad avere una vita normale si gettò a capofitto nel lavoro. Ma era sempre più stanco, depresso, insoddisfatto, sull’orlo del tracollo. Fino a quando la crisi non divenne insuperabile. Nel 1953, la polizia interrogò senza tanti riguardi un amico di Turing giunto in Inghilterra per venirlo a trovare. Fu il colpo di grazia. I soprusi a cui era continuamente sottoposto lo portarono a prendere la decisione estrema. Il teatro fu il grande amore della sua vita e con un atto che ricordava la scena tanto amata della strega cattiva di Biancaneve, il 7 giugno del 1954 immerse una mela nel cianuro e la morsicò. Nel referto medico venne scritto ” Causa del decesso: cianuro di potassio autosomministrato in un momento di squilibrio mentale”.

Conclusioni

Lo schizzo biografico appena tracciato è sufficiente ad evidenziare l’interesse, oltre che dell’opera di Turing, anche della sua vita. Non stupisce dunque che egli sia stato soggetto non soltanto di una appassionante biografia, ma anche di una fortunata piece teatrale. In particolare, sono due gli aspetti sui quali la vita di Turing ci spinge a meditare.

Da un punto di vista sociologico, la situazione degli omosessuali nella società inglese nella prima meta del secolo, situazione che costrinse Turing a condurre una difficile vita di doppiezza: per le sue preferenze sessuali, e per il suo coinvolgimento in attività coperte dal segreto militare.

Da un punto di vista storico, le ambigue finzioni che cercano di presentare la scienza come neutrale, e la politica come responsabile del suo cattivo utilizzo. L’attività di Turing mostra chiaramente come l’informatica sia nata e cresciuta per fini militari. Turing si chiese se le macchine possono pensare, ma forse avrebbe fatto meglio a preoccuparsi del ruolo di questo eventuale “pensiero” nella vita degli stati moderni.

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